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Le difficoltà nella malattia di Alzheimer sono importanti e spesso difficili da comprendere, ma esistono tecniche per contrastarle e strategie da insegnare a chi si prende cura del malato per ridurre l’impatto della malattia.

Cary Smith Henderson è professore universitario. E’ anche malato di Alzheimer e ha deciso di  scrivere, finchè può, un diario della sua malattia, spiegando cosa prova e come la realtà di tutti i giorni sia inevitabilmente e progressivamente distorta. Cambiano i cinque sensi, cambia il modo di esprimersi e di vedere il mondo. Un po’ alla volta non riesce a fare due cose contemporaneamente, quando cammina non riesce anche a parlare, perché è diventato troppo complesso. Non riesce a visualizzare le cose e ragionarci sopra, non riesce a concentrarsi sulla lettura, non riesce a fare ragionamenti complicati, perché le parole si confondono…

Molte delle difficoltà percepite dal malato non sono comprese da chi gli sta vicino e pure gli vuol bene, perché la demenza è una malattia che colpisce le funzioni intellettuali. E’ molto più semplice comprendere qualcosa che ‘vediamo’, una gamba rotta, rispetto a qualcosa che “non vediamo “,come  la confusione che un malato prova nel momento in cui cerca di dire qualcosa e non ci riesce più. Numerosi studi evidenziano però che è possibile aiutare la persona con demenza, non solo con i farmaci, ma anche con attività specifiche e mirate.

Una tecnica molto utile è la stimolazione cognitiva, una specie di ginnastica per la mente che può rallentare la progressione del declino cognitivo e ridurre lo stato depressivo del paziente, migliorando non solo la sua qualità di vita ma anche quella di chi lo affianca quotidianamente. La stimolazione cognitiva lavora  sulla capacità di memoria , l’attenzione e la concentrazione. Gli strumenti che utilizza vanno dai più tecnologici come l’uso di specifici programmi informatici nei pazienti più lievi, a terapie multisensoriali, molto utili soprattutto nel paziente con declino più avanzato, per il quale migliorano il benessere generale. Molto utile è condividere queste attività in piccoli  gruppi , perchè la presenza di altre persone con le stesse difficoltà e lo stare insieme riducono la tensione e migliorano l’umore.

Da non dimenticare un altro aspetto molto importante: insegnare a chi si prende cura dei pazienti con demenza semplici tecniche di approccio e strategie che riducono le occasioni di tensione e scontro. Per esempio è utile non finire le frasi del paziente, non interromperlo quando parla, perché si generano ansia e confusione. Si minimizza se la risposta è sbagliata, non lo si sgrida, lo si incoraggia senza insistere.

Perché l’obiettivo non è l’esecuzione di un compito o il recupero di un’abilità, ma la felicità possibile della persona malata e di chi la cura, in una relazione positiva.

Elena Sanson, psicologa esperta in neuropsicologia

Per approfondire. Visione parziale . C.S. Henderson