L’altra sera un’amica mi ha chiesto “ma è vero che i ragazzi di oggi sono anaffettivi per colpa dei telefonini?”
La parola anaffettivo mi ha sempre creato un po’ di disagio. Nel mio percorso formativo l’ho sempre collocata in un ambito patologico, quando la sento provo una sensazione di freddo, perché l’anaffettività è freddezza, assenza di calore emotivo.
Non credo che i ragazzi oggi siano anaffettivi. Credo che abbiano grandi difficoltà nel riconoscere e gestire le proprie emozioni e, di conseguenza, abbianno grandi difficoltà con le emozioni degli altri. E’ la mancanza di empatia, che è la capacità di comprendere lo stato d’animo di chi mi sta davanti. Per riuscirci ho bisogno di saperlo riconoscere, magari per averlo sperimentato di persona.

Questo tipo di comprensione si apprende crescendo, con l’esperienza e perché qualcuno ci dà delle “informazioni emotive”. Il bambino piccolo capisce di provocare un effetto sull’adulto che lo accudisce, perché ne legge le espressioni facciali: il sorriso, il pianto, il cruccio, la rabbia. Allo stesso modo risponde all’adulto con le espressioni che ha appreso: il grande pediatra e psicoanalista Winnicott la chiama fase del rispecchiamento. Nel tempo imparerà a modulare le espressioni emozionali in base alle situazioni e non solo in base agli stati di soddisfazione o bisogno, raffinandole sempre più e affinando la capacità di lettura e comprensione dell’altro. Ma per fare questo è necessaria una relazione, è necessario uno sguardo, sono necessarie parole che descrivano o sottolineino ciò che sta succedendo.

E’ proprio all’interno della relazione educativa che possono e devono essere trasmesse le abilità sociali e la capacità di autogestione e autoregolazione emotiva, fino al raggiungimento della capacità di mentalizzazione, cioè la capacità di comprendere i comportamenti propri ed altrui dando loro un significato. A quel punto si diventa capaci di formulare ipotesi sui pensieri e le emozioni presenti nella mente altrui. Senza capacità di mentalizzare si agisce e basta, prevale l’impulso e le emozioni e i comportamenti conseguenti sono fuori controllo. Se deleghiamo le relazioni a scambi virtuali attraverso telefonini e social, i nostri ragazzi non acquisiscono queste abilità sociali. Non possono leggere un’espressione dietro uno schermo, non possono riconoscere una reazione emotiva dietro un messaggio, non vedono occhi, bocca, viso, sorrisi o lacrime. E allora possono dire cose molto belle, ma anche molto brutte, parole spiacevoli o addirittura cariche di odio, perché non hanno alcun rispecchiamento emotivo. Non colgono la sofferenza dell’altro, nè colgono la sua gioia e il suo piacere, così le emozioni si inaridiscono e le relazioni diventano fredde.

Non demonizzo i cellulari, anzi, credo che la scelta dell’emoticon giusta costringa comunque i ragazzi a pensare a come esprimere uno stato d’animo, ma questo non basta. Utilizzare i cellulari con i bambini piccoli come baby sitter, passatempo o gioco, mina la possibilità di costruire una buona relazione con loro e, di conseguenza, di arricchire il loro bagaglio emotivo. Non è sempre facile stare nella relazione con loro, i figli sono impegnativi, e a volte abbiamo bisogno di tirarcene fuori per respirare, ma non possiamo per questo delegare funzioni genitoriali ed educative così importanti ad uno strumento tecnologico.
Dobbiamo lasciare, per esempio, che i bambini si sentano frustrati per la nostra momentanea indisponibilità, per il momentaneo vuoto che lasciamo, senza riempirlo con oggetti, altrimenti non proveranno insoddisfazione, frustrazione e noia, tutte emozioni che sviluppano la resilienza, vale a dire la capacità di affrontare e superare le difficoltà con le proprie forze.
Non priviamo i nostri figli di esperienze e aiutiamoli a leggere e a dare un nome alle emozioni che esse suscitano.
Ne faremo persone empatiche e umane.

Natalia Sorrentino, psicologa e psicoterapeuta

 

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