Ha senso sostituire la sospensione da scuola con il lavoro socialmente utile?
O trasformiamo quest’ultimo in una punizione, al pari della prima?
Il lavoro socialmente utile, per definizione, è un’attività a beneficio della collettività e non è certo connotato in senso punitivo.

Stanno facendo discutere in questi giorni le parole del ministro dell’istruzione Valditara in merito ai cosiddetti “lavori socialmente utili” e al modo in cui potrebbero diventare una sanzione per gli studenti che non si attengono alle regole di comportamento della scuola.

Le sospensioni non hanno alcun esito educativo, lo sappiamo da tempo. Allontanare da scuola chi a scuola bene non sta, appare come un favore più che una punizione, al di là della ricaduta che può avere sulla valutazione finale del ragazzo. Pertanto, è importante interrogarsi su questi aspetti educativi.

Di fronte ad una trasgressione o un comportamento non conforme alle regole di convivenza e rispetto in vigore nella scuola, il ruolo di chi educa è quello di portare chi trasgredisce ad acquisire consapevolezza sulle conseguenze delle proprie azioni.

Spesso ai nostri ragazzi manca proprio la capacità di prevedere, o di pensare, alle conseguenze di ciò che fanno. Sta allora a noi far toccare loro con mano ciò che possono aver causato, a livello fisico (in caso di danneggiamenti di materiali e ambienti), o morale e psicologico (in caso di mancanza di rispetto verso compagni e insegnanti).

E questo possiamo farlo accompagnandoli, e non allontanandoli, ma soprattutto strutturando per loro un’attività educativa che abbia una qualche attinenza con il comportamento da sanzionare, altrimenti sarà difficile far comprendere l’errore.

Pertanto, avrebbe maggior significato organizzare delle attività all’interno della scuola, non tanto per sottoporre i ragazzi alla critica e al giudizio dei compagni (ricordiamo che umiliazione e stigmatizzazione NON sono strategie educative), quanto per far comprendere l’importanza della comunità in cui si vive e del rispetto che va portato prima di tutto alle persone e poi agli ambienti, che, proprio perché sono di tutti, sono di ciascuno di noi, e ciascuno di noi ha precise responsabilità e doveri nella tutela di spazi e relazioni.

E’ vero anche che per alcuni ragazzi potrebbe essere più utile svolgere un’attività al di fuori della scuola se l’ambiente scuola, in quello specifico momento, può essere fonte di rifiuto o pericolo per gli altri.

Ecco allora che essere accompagnati fuori da scuola da un educatore a svolgere un’attività che abbia attinenza con il motivo della sospensione, ma fatto a favore della comunità più allargata, può far sperimentare dinamiche più utili a comprendere il senso del gesto e della riparazione richiesta.

Natalia Sorrenitno, psicologa Alinsieme

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