L’educazione alla diversità deve iniziare già dai banchi di scuola. E non solo lì. La disabilità, “diversa” per definizione, viene associata ancora in molte occasioni a stereotipi e pregiudizi che ostacolano la conoscenza della persona “con” disabilità.

Troppo spesso, inserire un bambino o un ragazzo con disabilità nel gruppo dei pari crea atteggiamenti di discriminazione o anche di semplice compassione fine a sé stessa. La figura educativa (educatore, insegnate, genitore, allenatore, ecc.) ha un ruolo determinante nel favorire invece una autentica integrazione: deve, per prima, imparare a conoscere ed affrontare la patologia di cui soffre il minore che le è affidato, per poter poi costruire modalità di relazione adeguate con il gruppo dei pari.

Il suo compito è aiutare tutti a costruire una vera relazione con il loro compagno, coinvolgendolo e aiutandolo in modo che anche lui possa sentirsi parte attiva del gruppo e non solo un semplice osservatore.

Il risultato di questa interazione è positivo per tutti: il bambino con disabilità trova un ambiente stimolante che gli consente di apprendere nuove abilità, sia di tipo cognitivo che sociale, i suoi compagni imparano a vedere in lui la persona, non il suo problema, e maturano comportamenti nuovi nei confronti della diversità. Qualunque diversità.

Certo è un lavoro lungo e paziente, che richiede sensibilità, esperienza, umanità. Ha bisogno di un contesto ospitale, aperto, disponibile. Per costruirlo servono persone preparate e competenti, capaci di lavorare per prime su sé stesse e poi di trasformare un gruppo di bambini in un “ecosistema” di umanità in cui ognuno trova posto per crescere.

Quest anno, più di quelli passati, i nostri centri estivi hanno accolto la diversità in tante sue declinazioni, non solo disabilità. Le nostre educatrici hanno dovuto inventare soluzioni, proposte, attività che pur rispettando le limitazioni imposte dall’emergenza Covid, riuscissero a creare un microcosmo amico a tutti i ragazzi.

E ci sono riuscite. Lo raccontano gli sguardi felici di chi ride e dipinge con gli amici ritrovati, di chi, sorridente e incredulo, allunga la mano ad accarezzare un gufo.
Siamo molto orgogliosi di tutti loro. Gufo compreso…

Anna Franceschi e Alessandra Cecconello

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