La notizia della morte del bambino “scosso” dalla madre ha accompagnato gli ultimi giorni del 2019 lasciando uno strascico di angoscia insieme alla tragedia delle due ragazze investite a Roma. Vite distrutte, sia quelle di chi purtroppo non c’è più, sia quelle di chi è rimasto, ma dovrà convivere per sempre con il senso di colpa e la terribile responsabilità di un gesto folle. Ho letto molti commenti alla prima notizia, la maggior parte dei quali, soprattutto se di madri, cerca di non giudicare o condannare. Più duri sono quelli degli uomini, “giocano facile”, mi verrebbe da dire, ma anche di qualche donna,forse madre, forse no, che attribuisce al ruolo materno un’onnipotenza benefica e protettrice, negando a priori che una madre possa fare del male al proprio bambino.

E invece non è così.
Essere madri non mette al riparo da cattivi sentimenti verso i figli, non protegge dalla perdita di equilibrio e lucidità. La maternità è una condizione “a rischio”, che porta con sé la possibilità di scompensi psichici.Lo psicoanalista francese Paul Claude Racamier parlava di maternalità, condizione psichica che paragonava all’adolescenza per l’influenza delle potenti modificazioni ormonali, quindi condizione di forte vulnerabilità psicologica. Anche senza pensare ad un’evoluzione necessariamente patologica, è tuttavia noto a tutti che i primi tempi dell’essere madre sono carichi di fatica, preoccupazioni, sentimenti di inadeguatezza e solitudine. Ebbene sì, udite udite, il senso materno non è innato, anche se parliamo sempre di istinto materno. La capacità di accudimento si costruisce, faticosamente, nella relazione col bambino, non tutto, e non sempre, ci viene naturale. A volte davvero non sappiamo cosa fare, anche se abbiamo frequentato tutti i corsi pre e post parto, abbiamo una linea diretta col pediatra, leggiamo e ci informiamo.

Quando siamo sole con il nostro bambino sentiamo di essere suoi ostaggi , perché dipende in tutto e per tutto da noi (che ansia!), ci sentiamo sotto la lente del giudizio delle nostre madri, delle suocere, delle amiche già madri, che, chissà perché, hanno sempre bambini che mangiano a orari regolarissimi e dormono come ghiri, ma soprattutto di quelle non madri, che però sembra abbiano ingoiato manuali di puericultura, pedagogia e psicologia infantile, per cui sanno perfettamente cosa NOI dobbiamo fare.
Ma poi, con il bambino ci siamo noi, spesso da sole. Con i nostri pensieri più belli e amorevoli, ma anche quelli più orribili e insofferenti. E siamo lì, di fronte ad un neonato che non è quello sorridente e paffutello della pubblicità, che non succhia pacificamente e si addormenta satollo tra le nostre braccia, ma è irrequieto, morde i nostri seni doloranti, mangia voracemente per essere di nuovo pronto dopo mezz’ora, oppure è talmente lento da farci desiderare che il latte se ne vada improvvisamente e si possa passare al biberon,che può dargli chiunque altro,non si addormenta facilmente, e, soprattutto, piange!

A costo di diventare impopolare, sfaterò anche un altro mito: non sempre una madre riconosce il pianto del proprio figlio e sa a cosa attribuirlo. Il più delle volte questo succede, ma non è dovuto alla magica onnipotenza dell’essere madre, semplicemente impariamo cosa il bambino desidera tentando, e quando la risposta è positiva attribuiamo un significato al pianto. E’ una relazione che si costruisce. Impariamo a conoscerci.
Ma a volte, nonostante tutto, il bambino piange e piange e piange, e nulla sembra calmarlo, e tutti si attendono da noi, le MADRI, che riusciamo a calmarlo.In quei momenti, nella nostra testa possono passare i pensieri più tremendi, la stanchezza e la solitudine ci mettono il loro carico, è possibile che si vada in black-out e si agisca in modo che mette in pericolo la vita del bambino. Sembra che alla madre del bambino morto sia successo proprio qualcosa del genere. Un blackout, l’improvvisa perdita di lucidità e capacità di comprendere le proprie azioni.
Sia chiaro, tutto questo discorso non vuole assolutamente giustificare quanto successo, né ipotizzare che tutte le madri siano potenziali omicide, è solo un tentativo di comprensione e un invito a non giudicare, ma a riflettere sul fatto che spesso ci si attende troppo dalle madri e le madri pretendono troppo da se stesse, cercando di dividersi tra accudimento del bambino, della casa, del resto della famiglia, magari col pensiero ad un lavoro al quale si dovrà tornare, o che magari si perderà. Non è umanamente sostenibile un simile peso da sole.

Nei primi mesi di vita dei miei figli ho spesso pensato che avevo la fortuna di avere un marito collaborativo che ha scavato i solchi in corridoio nella notte per placare le coliche, di essere circondata da una famiglia e amiche capaci di svolgere un ruolo di sostegno e supporto, che hanno “contenuto” i miei pensieri negativi, la mia fatica e l’ansia di non farcela. Ricordo soprattutto mia madre, che si prendeva cura di me, non del bambino, perché si accorgeva del mio bisogno.

E’ di questo che hanno bisogno le madri, di qualcuno che si prenda cura di loro, che le sostenga nella fatica quotidiana, che sospenda tutte le altre incombenze, che dia loro la libertà di concentrarsi sul bambino, ma anche su se stesse, che le faccia sentire capaci anche se il bambino piange un po’ di più, che le faccia sentire brave madri anche quando provano insofferenza verso il bambino, in poche parole, che non le lasci sole.E le madri hanno bisogno di continuare a sentirsi umane, non onnipotenti o impotenti, ma sufficientemente buone, come diceva Winnicott, capaci di rispondere al loro bambino, ma non sempre.

Capaci soprattutto di chiedere aiuto quando sentono di non farcela, senza vergogna né sensi di colpa.

Natalia Sorrentino, psicologa e psicoterapeuta.

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