Carissima Doc,
sono una mamma e una moglie che sta per impazzire. Ho due figli splendidi e averli a casa in questi giorni non è nemmeno così difficile, giocano assieme, fanno i compiti proposti dalle insegnanti e hanno scoperto giochi che non si ricordavano di avere. Certo talvolta vorrebbero uscire e non capiscono perché non possono andare a scuola o giocare con gli amichetti, ma tutto sommato sono più che gestibili. Il vero problema di questa quarantena a convivenza forzata è il loro papà……generalmente assente per motivi di lavoro (ma non solo) non è abituato a gestire la situazione. E’ sempre nervoso, suscettibile, se i bambini lo chiamano per giocare si irrita perché pensa di poter fare il single che coltiva i suoi hobby e non aiutare a gestire una situazione difficile come può essere questa. Insomma un bambinone viziato, probabilmente anche da me nonostante tutto.Vorrei capisse che ogni cosa dovrebbe essere ridimensionata e godesse di più dei suoi figli come potrebbe finalmente fare…..visto che si è sempre lamentato di lavorare troppo. 
Quindi cara dottoressa Le chiedo, ci sono dei modi per fargli capire le cose o lo strozzo semplicemente?
Una mamma stressata

Dato per certo che strozzarlo non sia una soluzione praticabile, proviamo a valutare qualche alternativa.Fa riflettere che lei si definisca soprattutto  “una mamma”, ruolo che evidentemente in questo momento la assorbe molto, anche se in realtà sì descrive più stressata come moglie, visto che i figli non danno grandi preoccupazioni. Lo stesso modo di parlare di suo marito non lo definisce mai in quanto tale, ma come papà o addirittura ancora figlio (bambinone viziato).Sembra insomma che la dimensione di coppia rimanga un po’ sullo sfondo rispetto a quella genitoriale.

In realtà questa convivenza forzata obbliga tutti a riprendersi ruoli e compiti che nella quotidianità di ritmi lavorativi e scolastici spesso perdiamo. Se ci pensiamo infatti, normalmente impostiamo le nostre comunicazioni sui problemi di lavoro o l’andamento scolastico dei figli. Questi giorni di immobilità ci mettono a confronto con parti di noi che abbiamo trascurato. Bisogna recuperare una comunicazione fatta di affetti e relazioni. In alcuni casi bisogna ricostruire. Tuttavia non si può chiedere all’improvviso di fare qualcosa che non si è mai fatto prima. Spesso tendiamo a giustificare l’assenza, non solo fisica, di chi lavora molto fuori casa (di solito, ma non sempre, il papà), escludendolo anche dalla gestione, faticosa, della relazione educativa con i figli.

Non è facile trovarsi  all’improvviso a dover gestire un diverso tipo di relazione. Non c’è l’abitudine.  Pretendere che l’altro faccia quello che ci aspettiamo perché “giusto” e perché a noi viene spontaneo non porta ad alcun risultato utile, ma solo a frustrazione e insofferenza da parte di tutti. Può essere più utile fermarsi, come coppia, a riflettere sulla nuova situazione che si è creata e sulla necessità, ma anche il piacere, di ridefinire e recuperare spazi e compiti di ciascuno. Fissare degli orari in cui, se possibile, interrompere il lavoro e dedicarsi ad un gioco con i figli, fare merenda con loro, guardare un film, leggere una storia. Ma anche dei momenti privati in cui ciascuno possa dedicarsi ad un hobby o un interesse personale. Naturalmente va chiesto anche ai figli di rispettare questi spazi e tempi, senza pretendere attenzione e partecipazione ogni volta che lo desiderano. Può sembrare che questo tolga spontaneità, in realtà un tempo strutturato viene vissuto con più serenità e rende tutto più semplice.

Infine una riflessione per le “mogli soprattutto madri”. Facciamo attenzione a lasciare davvero ai padri lo spazio per fare i padri, fidiamoci di loro anche se non fanno le cose come le faremmo noi, evitiamo la critica. Se non sentono questo messaggio di fiducia da parte nostra, diventa facile, e certo a volte anche comodo per loro, tirarsi indietro.

Natalia Sorrentino, psicologa e psicoterapeuta

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